NEVERMIND: VENTI DI GRUNGE


20 anni fa nasceva l’album capolavoro dei Nirvana che rivoluzionò il rock mondiale

Aveva raccolto le ceneri del punk e gli aveva dato nuova forma. Mentre il punk virava verso lidi lontani dalle sue radici riottose ed autodistruttive ne raccoglieva il testimone e lo riposizionava nel grunge. Kurt Cobain è stato probabilmente uno degli ultimi genuini rappresentanti di un malessere esistenziale di un’intera generazione. In occasione dei 20 anni dall’uscita del capolavoro dei Nirvana, Nevermind, è doveroso un omaggio ad una band che ha segnato profondamente, seppur per pochissimo tempo, la storia del rock.

Il contesto in cui esplode il fenomeno Nirvana vede lo strapotere del genere hard rock, con i clamorosi successi di gruppi come Guns ‘n’ Roses, Bon Jovi, i redivivi Aerosmith o lo stesso Alice Cooper, i Motley Crue e tantissimi altri, ma anche ottimi riscontri per il Thrash (Metallica, Megadeth, Pantera, ecc…) e, seppur in calando, per il metal dei sempreverdi Iron Maiden o degli Helloween o dei Manowar. Il Punk ormai è morto, nelle strade prima ancora che nella musica, e quello sopravvissuto inizia a prendere direzioni più commerciali e “festaiole”, lontane anni luce dalle proprie origini.

Bleach del1989 è il disco d’esordio, ma è soltanto 2 anni dopo che la band (e il nuovo genere proposto) conosce e raggiunge un successo planetario, grazie appunto al magnifico Nevermind. Canzoni come Smells like teen spirit, Lithium, Come as you are o In bloom hanno segnato una generazione e lanciato un movimento che ha prodotto tanti ottimi artisti e sonorità fino ad allora sconosciute. Generalmente povere tecnicamente, ma molto ricche di dissonanze, suoni ruvidi e distorti, ma sempre con un attitudine che rimandava alle origini punk.

In Utero, terzo e ultimo studio album dei Nirvana viene seguito da un tour prima negli States e poi, agli inizi del 1994, in Europa. Sarà l’ultimo tour della band e l’ultimo “viaggio” per un Cobain, in continua lotta tra il successo, i soldi, la famiglia da un lato e l’alcool, gli psicofarmaci, le droghe e gli eccessi dall’altra.

Il tour, con i mitici Melvins di spalla, procede per il vecchio continente, toccando l’Italia con alcune tappe, l’ultima delle quali al Palaghiaccio di Marino (Roma) il 22 febbraio del 1994. Il giorno dopo si esibiranno in Rai per il programma Tunnel, condotto da Serena Dandini, poi un altro paio di date all’estero fino allo stop in Germania all’inizio di marzo a causa di problemi di salute.

Cobain si trasferisce in albergo a Roma per qualche giorno indispensabile per riprendersi, ma finirà con il tentare il suicidio assumendo un cocktail micidiale di farmaci. Verrà salvato per miracolo in ospedale, prima di essere costretto a quel punto ad interrompere il tour e a fare ritorno negli States.

Proprio al concerto di Roma sono legati i ricordi di chi vi scrive. Un appuntamento capitato quasi per caso, non perché non fosse interessante, quanto perché il successo di allora garantiva un sicuro ritorno in Italia nei mesi successivi. Tuttavia l’insistenza di un amico, fan accanitissimo, fece il resto. Alla fine un corposo gruppo di sostenitori (tranne l’amico di cui sopra, che dovette rinunciare per sopraggiunti impegni al grido di “tanto li vedrò la prossima volta…”!!!) partì alla volta di Roma. A memoria credo che quello sia stato il febbraio più freddo degli ultimi 30 anni e il freddo sarà indubbiamente uno dei ricordi più indelebili della serata. I Melvins aprivano il concerto raccogliendo apprezzamenti dal pubblico, che però era già proiettato e concentrato sugli attesissimi Nirvana, capaci di richiamare per l’occasione oltre 10.000 spettatori, numeri che oggi a fatica riescono a fare i grandi festival.

Lo spettacolo offerto dai Nirvana non ha deluso le aspettative, in fondo non è nella tecnica e nella pulizia del suono la caratteristica principale del gruppo e del grunge in generale. Suoni distortissimi, spinti spesso oltre il confine del rumore, con un potente Dave Grohl a stendere un tappeto di batteria sul quale si esaltavano gli interminabili salti dell’altissimo Christ Novoselic e le autodistruttive movenze di Kurt.

Sopravvissuti al surriscaldato tepore del Palaghiaccio, la maggior parte dei presenti all’uscita scopriva un’amara sorpresa, dal momento che gli autobus per tornare a Roma avevano terminato le corse appena una mezz’oretta prima. Centinaia di persone abbandonate nel nulla della periferia meridionale della capitale, con la prospettiva di dover affrontare un’intera notte con temperature subpolari.

Appena spento il terzo o quarto tentativo di ricavare calore da uno spontaneo e semitossico falò a colpi di cartoni e copertoni, gran parte del gruppone decise di separarsi, trovando le soluzioni più varie e creative al problema del gelo. Noi abbiamo trovato rifugio in una 127 fortunatamente dimenticata aperta dal proprietario, passando la notte tra freddo e rischio di essere notati dal legittimo proprietario!

Ne è valsa comunque la pena, abbiamo pensato al mattino dopo, senza sapere che neanche un paio di mesi dopo il destino avrebbe impedito per sempre ai Nirvana non solo di tornare in Italia, ma proprio di esibirsi per sempre.

(Dj Defender)

 

 

Spencer Elden, il bambino della copertina di Nevermind, fotografato nella stessa posa di 20 anni fa.

Ai suoi genitori fu dato un compenso di 150 dollari per la foto originale.

In seguito, I Nirvana gli regaleranno il disco di platino. 

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