AIR NELLO SPAZIO PROFONDO


La recensione de “Le Voyage Dans La Lune”, settimo album della band francese

L’utopia del viaggio intergalattico ha da sempre esercitato un fascino trascendentale sull’uomo. La vita sulla luna, forse troppo idealizzata e celebrata, rivissuta in maniera eccessiva e distaccata dalla realtà: automobili prive di ruote che svolazzano a mezz’aria, abiti stucchevolmente futuristici e una mescolanza di razze provenienti dall’intero spazio che -il più delle volte- convivono in maniera pacifica le une con le altre. Ecco cosa accade dando troppo sfogo alla fantasia.. Ringraziando Lord Krishna, Jesus Christ o chi per loro, si tratta solo di science fiction portata agli estremi dell’ambito immaginativo.

Questa volta, però, si parla di un capolavoro del cinema muto e pietra miliare della fantascienza targato Georges Méliès : “Le Voyage Dans La Lune”, di cui quest’anno ricorre il 110° anniversario. Evento degnamente celebrato lo scorso settembre con la proiezione al Cannes Film Festival, subito dopo un propedeutico restauro (ad opera della celeberrima Technicolor Foundation) che gli ha reso le tinte che il tempo ed una tecnologia non troppo lontana da concezione umana gli avevano crudelmente negato. Nulla togliere al classico “black-and-white”, intriso d’un fascino senza tempo; ma trovo davvero che i colori dai toni stilizzati e rarefatti riallaccino direttamente questo splendore cinematografico ad una sfera sognante ed incantata, che si limita a fluttuare indisturbata, cristallizzata tra spazio, tempo e razionalità altalenante. E cosa mai potrebbe essere un film senza una colonna sonora degna di essere appellata in tal modo? A questo hanno provveduto gli Air, duo elettronico francese già noto per pezzi come Cherry Blossom Girl e Playground Love , che di buon grado hanno prestato le loro energie musicali donando un’opportuna verve alla pellicola.

LE VOYAGE DANS LA LUNE è il loro settimo album pubblicato il 6 febbraio scorso, capace di coniugare in maniera sapiente paranoia e atmosfere old-fashioned. Devo ammettere che per favorire l’ascolto di questo disco mi sono proprio voluta coccolare: decido di accendere un incenso al gelsomino, di preparare una tisana al cardamomo e -visto il freddo di questi ultimi giorni- di trovare un caldo ristoro avvolta da coperte i cui colori richiamano quelli vividi e seducenti delle nebulose. Infine, di lasciarmi andare… ne riscontro sensazioni ossessive ma positive.

Dapprima, l’intro pare quasi avere l’intenzione di spalancare le porte della mente per poi fiondarti in un crescendo dai toni alienati. Un crescendo che si spezza bruscamente, e torna poi ad incalzare con una certa prepotenza scortato dalle profonde timbriche di Victoria Legrand. Prendono piede ritmi che trascinano e nei quali avverto un distinto retrogusto di english psychedelia;

quindi per certi versi le sfumature di alcune tracce mi richiamano vagamente alla memoria l’andamento cadenzato e prezioso di Wonderwall Music del Fab Four George Harrison, mentre altre sembrano davvero ricalcare/riciclare i passi degli Ozric Tentacles.

Ma sempre tenendo in conto lo stile che contraddistingue gli Air. Poco più di mezz’ora appesa nel nulla cosmico forse realmente refrattario a catalogazioni di sorta, impresso nell’universalità del clima intergalattico e nella totalità di suoni privi di una tangibile barriera temporale. Un album che chiunque intenzionato ad immergersi in dimensioni alternative non può mancare di ascoltare.

Voto: 7½

C.C.

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